Addis Ababa - Hotel

Giorno 1

Itinerario

Proprio aeroporto di partenza > Addis Ababa

 

Briefing

Creating a reportage in a “difficult” part of the world can be a thrilling experience, as well as hard work, that requires a rigorous approach and respect for some fundamental rules that apply to the whole group.

Our workshops are not reality shows. There’s no production team on hand to sort things out if there’s an emergency, and these aren’t organised trips with “false glitches”.

Reporter’s Life will take you into another dimension, where everything’s real, and where getting a story means confronting difficult situations, which can at times be dangerous (although obviously the Reporter’s Life team always calculates and manages the risks beforehand).

There will be many times that we’ll have an armed guard: soldiers, police, or private security. We’ll meet all kinds of people, including gang members. We’ll witness shocking realities and see people living in extreme conditions, poor and desperate. We’ll cross areas with extreme health hazards.

All of this will be properly managed and calculated by the Reporter’s Life experts, but your collaboration will be really important. And respecting the rules will be fundamental.

When we get to Nairobi, during the briefing, we’ll go through our itinerary in detail and go through the importance of following the head reporter’s instructions to the letter. It’s for your safety, and that of the team.

Within the team, there’s a hierarchy, and it’s imperative that you respect it. Getting into this mind set is the first step towards ensuring that the journey runs smoothly. Taking part in a Reporter’s Life workshop gives us the chance to have an incredible experience, but only if we all play by the rules and we don’t put ourselves in unnecessary danger. You’ll discover that human life is given a much lower value in the places we’ll visit than what we are used to. So even if some of the rules seem bizarre or ridiculous, they come from the decades of experience of our reporters, and for that reason they need to be followed without question.

If you follow the rules, you’ll have an incredible time. With Reporter’s Life workshops, everything is real. Every single moment. And we can say with certainty that creating your reportage will be one of the most profound experiences of your lives.

 

Addis Ababa - Hotel

Giorno 2

Itinerario

Addis Ababa

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

Merkato

Addis Ababa è una città in cui convivono oltre 80 nazionalità e lingue diverse, con comunità religiose cristiane, mussulmane ed ebraiche. Questo la rende una città vibrante, unica, dove il solo modo per apprezzare tutto questo è camminare tra la gente, immergersi nella vita di tutti i giorni.

Per fare ciò non c’è posto migliore del mercato cittadino, chiamato Merkato. Alla sua vista rimarrete esterrefatti per le dimensioni, si dice che sia il più grande mercato all’aperto di tutta l’Africa. E’ impossibile immaginarsi le sue dimensioni, è una sorta di città con interi quartieri brulicanti di tutto, un caos ordinato fatto di una quantità infinita di: merci, artigiani, negozianti, carretti, asinelli, biciclette, furgoni, banchi e bancarelle, negozi e magazzini.

Ogni quartiere è specializzato in un tipo di merce. Così si trovano zone dove si vendono solo elettrodomestici, o verdure, o carne… Vie dove si vendono solo materiali di ferro o taniche e contenitori.

 

Coffe Ceremony

Il caffè in Etiopia non è una semplice bevanda, ma un vero e proprio rito ed è parte integrante della vita sociale e culturale del paese.

L’invito a partecipare alla Cerimonia viene considerato un segno di profonda amicizia e rispetto, ed è il massimo esempio di ospitalità per il popolo etiope ed eritreo, oltre a rappresentare un palese esempio di cultura di derivazione araba.

La Cerimonia è generalmente condotta da una giovane donna nel tradizionale abito bianco, dalla gonna riccamente decorata. Il rito si svolge su una superficie interamente cosparsa di fiori ed erba delicatamente profumati.

Si comincia bruciando dell’incenso in un ciotola di coccio, mentre la giovane lava accuratamente i chicchi bianchi di caffè in una speciale tazza. A lavaggio ultimato, i chicchi vengono tostati su un piccolo braciere, in una apposita padella e quando il fumo si diffonde nell’aria, la giovane donna lo soffia delicatamente verso gli ospiti, in modo che possano assaporarne gli aromatici effluvi. Il caffè viene poi pestato in un mortaio con un pestello di legno e versato insieme all’acqua nella tradizionale brocca di ceramica dal collo allungato, la Jebena. Una volta che l’infuso di caffè raggiunge la temperatura di ebollizione, viene versato in un altro contenitore di coccio per raffreddarlo, poi viene travasato nuovamente nella Jebena, dove viene aggiunto dello zenzero grattugiato. Il profumo del caffè speziato diventa fortissimo. Si passa finalmente a versare nei

“Fingiàn”, tazzine senza manico dai colori molto accesi, il liquido che viene filtrato con lo stesso Jebena da un piccolo tappo di stoppa infilato nel beccuccio.

La padrona di casa versa il caffè a tutti gli ospiti senza smettere fino a quando ogni tazza è piena.

Il caffè viene servito tre volte: il primo giro si chiama Awel, il secondo Kale'i e il terzo Bereka che vuol dire “benedizione”. Il rito dura circa un’ora, al termine del quale gli ospiti comprendono l’importanza dell’antico proverbio etiope "Buna dabo naw” che in italiano vuol dire “Il Caffè è il nostro Pane”.

 

Hawassa - Hotel

Giorno 3

Itinerario

Addis Ababa > Shashemene - 248 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

Rasta Community

Shashamane, il paradiso cantato da Bob Marley. Nel cuore dell’Ethiopia, i seguaci del movimento rastafari ascoltano la musica raggae, leggono la Bibbia, adorano un Dio nero e pregano con gli spinelli tra le labbra.

Tutto cominciò negli anni venti del secolo scorso in Giamaica. La comunità nera dell’isola caraibica era in fermento. Negli squallidi ghetti abitati dai discendenti degli schiavi africani cresceva un sentimento di ribellione contro lo sfruttamento economico e il razzismo dei bianchi. Era un moto rivoluzionario alimentato da intellettuali e attivisti politici che esaltavano la negritudine, il risveglio dell’orgoglio africano, e incitavano il ritorno dei popoli neri verso il continente natio.

Il predicatore Marcus Garvey si spinse a profetizzare l’imminente avvento di un sovrano nero destinato a ricondurre a casa i figli dell’Africa sparsi nel mondo. “Quando un re africano sarà incoronato comincerà la nostra redenzione”, annunciò ai seguaci di questa nuova religione sincretistica che mescolava Sacre Scritture, misticismo e rivendicazioni razziali.

Dieci anni dopo, la profezia sembrò avverarsi nella lontana Etiopia, il più antico Stato cristiano della storia dell’umanità.

Nella cattedrale di Addis Abeba, il 2 novembre 1930, venne incoronato un imperatore destinato a lasciare il segno. Si chiamava Ras Tafari Makonnen, e i ribelli giamaicani divennero, in suo onore, i “Rastafariani”. Ma passerà alla storia col nome di Haile Selassie, che in lingua amarica significa “Forza della Trinità”.

La notizia e le immagini dell’incoronazione del sovrano etiope scatenarono l’entusiasmo delle comunità afrocaraibiche. Il regno di Haile Selassie divenne per milioni di persone una sorta di Terra promessa. Un sogno di libertà che verrà celebrato e reso popolare in tutto il mondo dal musicista giamaicano Bob Marley, profeta indiscusso del reggae e simbolo carismatico della cultura rastafari.

“Alzatevi, ribellatevi per i vostri diritti”, cantava Marley. “Ora sappiamo che Dio onnipotente è un uomo vivente”.

I seguaci del movimento adoravano Haile Selassie come una divinità, al punto che l’imperatore, colpito da tanta venerazione, decise di donare loro 500 ettari di terra nei pressi dell’odierna Shashamane.

L’enclave rastafari era stata pensata per raccogliere migliaia di “fratelli” della diaspora, ma la colonia non decollò. Il previsto controesodo dei neri delle Americhe verso l’Africa non avvenne; solo poche decine di giamaicani decisero di traslocare in Etiopia, e molti di loro furono costretti a rifare le valigie quando nel 1974 l’imperatore-dio venne spodestato da una rivolta militare, e il nuovo dittatore Menghistu nazionalizzò gran parte delle loro terre per distribuirle ai contadini locali.

Oggi sono circa duecento quelli che vivono a Shashamane. In gran parte provengono dalla Giamaica. Ma ci sono anche molti africani e qualche europeo.

“Sono una comunità riservata, mantengono pochi contatti col resto della popolazione”, spiega padre Paolo Marrè, missionario della Consolata a Shashamane.

La tribù rastafari di Shashamane è concentrata in un quartiere periferico noto col nome “Giamaica”.

Da qui inizia un mondo a parte che scopriremo.

 

Dorze Village - Capanna

Giorno 4

Itinerario

Shashemene > Chencha (Arba-Minch) - 250 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù dei Dorze

A 3.200 metri di altezza, sui monti Guge, 36Km a nord di Arba-Minch, si trova il territorio dei Dorze.

Il popolo dei Dorze è il più settentrionale delle etnie omotiche.

I Dorze sono conosciuti per le loro immense capanne ad alveare che raggiungono i 12m di altezza. Le capanne sono costruite con bastoni di legno massiccio e bambù, il tutto ricoperto da un tetto di foglie di ensete, il falso banano. Al loro esterno, una sporgenza a forma di naso viene usata come una piccola reception. La capanna può durare fino a 60 anni.

Ogni abitazione è delimitata da una recinzione di bambù intrecciato con le foglie di ensete. Nel suo interno si trovano un giardino molto curato, con fiori e piante ornamentali, e i rigogliosi alberi di ensete. All’interno delle capanne i letti sono rialzati, rispetto al terreno, di circa un metro e mezzo, in modo da utilizzare al massimo lo spazio sottostante. Sempre all’interno c’è la stalla con gli animali che riscaldano l’ambiente con il loro corpo e fiato.

Gli uomini sono bravi agricoltori ed eccellenti tessitori: i loro prodotti sono tra i più apprezzati dell’intera Etiopia. Tessono facendo funzionare il telaio mediante le dita dei piedi, che muovono dall’alto verso il basso, in modo preciso e veloce.

Le donne invece filano il cotone e si occupano anch’esse dei lavori nei campi.

Negli anni, i Dorze sono riusciti a modellare i fianchi ripidi della montagna creando grandi terrazzamenti.

Sono produttori del “Kotcho” , pane vegetale, della “Datta”, salsa piccantissima, e dell’“Arekè”, una bevanda alcolica simile alla grappa, estratta dal sorgo o dal grano.

Per i Dorze gli strumenti musicali, le danze e la stessa musica costituiscono elementi fondamentali di socializzazione quotidiana. Molto spesso suonano il “Crar”, la chitarra in legno caratteristica di questa etnia, insieme ai tamburi ed improvvisano danze e canti tradizionali.

Indossano pelli di leopardo, pennacchi di crine di cavallo posti sulla testa, lance, scudi di pelle d’ippopotamo e mimano, a tempo di musica, scene di battaglia e di caccia.

 

Jinka - Hotel

Giorno 5

Itinerario

Chencha (Arba-Minch) > Konso > Weyto > Jinka - 300 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù dei Konso

I Konso pur essendo di religione cattolica, cristiano - ortodossa o musulmana, effettuano ancora riti pagani e sacrifici animisti in onore della divinità da cui credono di discendere.

Osservano e studiano la luna (“lea”) e le stelle (“hikka”) per prevedere il futuro.

In onore dei loro defunti ereggono totem di legno dal nome “Waqa”, che possono raggiungere anche un metro e mezzo di altezza. Alcuni risalgono a ben 150 anni fa.

Spesso raffigurano guerrieri nudi che impugnano lancia e scudo. Gli occhi e i denti sono bianchi, dato che utilizzano gusci di uova di struzzo. Ramoscelli, fiori e foglie verdi posti sul waqa, augurano al trapassato un sereno cammino nell’aldilà.

I villaggi presentano un fitto labirinto di recinti denominati “Kawatapaleda”, e di stradine delimitate dalle capanne con i tetti di paglia. Muretti in pietra a secco, alberi di Moringa oleifera, recinti più piccoli delimitano le singole case che prendono il nome di “Ohinda”. Le capanne sono cilindriche e sulla punta del tetto viene inserito un vaso di terracotta, la cui base è stata preventivamente rotta, per evitare che la pioggia possa penetrare all’interno. Questi vasi molto spesso sono decorati con simboli fallici.

All’interno delle capanne dormono solamente le donne, i bambini e gli anziani.

Gli uomini, pur vivendo durante il giorno con la loro famiglia, dai 14 anni in su dormono nelle “Maqana”, abitazioni separate in cui la comunità maschile adulta veglia sulla sicurezza e sull’incolumità dell’intero villaggio.

I Konso sono distribuiti in 48 villaggi su un vasto territorio. Sono suddivisi in 9 clan, al cui vertice c’è il “Fahalla dimulga”, il capo clan, che risponde del suo operato direttamente al “Khalla”, il Re. Titoli questi, che si trasmettono per via ereditaria di generazione in generazione.

Le riunioni dei capo clan si svolgono nelle “Maqana”, capanne aperte ai soli maschi adulti del villaggio da tempi immemorabili.

Il loro piatto preferito è il “Korkorfa”, simile ai nostri gnocchi stufati o in brodo, preparato con la farina di sorgo. Carne e pane abbinati con diversi condimenti prevalentemente piccanti sono pure comuni.

Bevono la “Cheka”, una specie di birra derivata dalla fermentazione di mais e sorgo la “Dagusa” ricavata dalla fermentazione di mais, sorgo e steli di gesho.

Le donne Konso, proprio a causa dell’elevato consumo di queste bevande fermentate, presentano un rigonfiamento del ventre notevole, come se fossero sempre in dolce attesa.

Gli uomini indossano una casacca di cotone dai colori sgargianti e dei pantaloni molto larghi, e portano sempre con sé coltello e lancia.

Le donne racchiudono i capelli in fazzoletti tradizionali e indossano delle particolari gonne a balze coloratissime. Esibiscono con orgoglio ornamenti in ottone, rame e avorio. In genere hanno lineamenti marcati, gli occhi sono a mandorla, leggermente allungati e la loro statura è notevole rispetto ad altre popolazioni limitrofe.

I bambini, sempre sorridenti, costruiscono con il midollo del sorgo alcuni giocattoli artigianali: macchine con ruote che si muovono; “schermi” di televisori in cui, con un semplice ed ingegnoso meccanismo di rotazione, fanno scorrere come per magia una pergamena con diversi disegni realizzati da loro stessi; biciclette, fuoristrada. Dimostrano una notevole abilità manuale ed un eccellente estro.

 

Il lago Chamo e la tribù dei Ganjule

Il lago Chamo si trova all’estremità settentrionale del parco nazionale del Nechisar, nella Great Rift Valley, ad un’altitudine di 1.100 metri. Il lago è lungo 32 chilometri, ampio 13 ed ha una profondità massima di 14 metri.

Il lago Chamo ospita un curioso “mercato” quotidiano: il mercato dei coccodrilli. I pescatori della zona definiscono così una particolare zona sulle rive del lago dove si radunano moltissimi coccodrilli, davvero giganteschi, per prendere il sole. Il lago, conosciuto in tutto il mondo, ospita i più grandi coccodrilli del pianeta.

A breve distanza dal “mercato” si radunano gli ippopotami. Si possono osservare intere famiglie passare il tempo, giocare e barrire minacciosamente se qualcuno osa avvicinarsi troppo.

Le acque del lago presentano un colore rosso sangue a causa dell’elevata concentrazione di idrossido ferroso in superficie.

La tribù dei Ganjule è formata da una popolazione dedita alla pesca che vive sulle sponde del lago. I Ganjule si muovono tranquillamente, in mezzo a coccodrilli enormi del Nilo ed ai pericolosi ippopotami, restando in equilibrio precario su barchette minuscole realizzate con tronchi annodati, non più larghe di settanta centimetri e senza sponde, molto simili a zattere in miniatura.

Purtroppo l’incontro con questi animali causa spesso la morte dei pescatori meno prudenti.

I Ganjule barattano il pescato, nei vicini mercati settimanali, con cereali ed altri beni di prima necessità.

 

Jinka - Hotel

Giorno 6

Itinerario

Jinka > Menekereshe Village > Bami Village (Mago National Park) > Jinka - 80 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù degli Ari - Menekereshe village

Gli Ari sono divisi in due tribù: Ashanda e Indi’i. Sotto queste due tribù esistono circa 32 clan patrilineari che non condividono una discendenza comune.

I villaggi degli Ari comprendono aree molto curate, dal terreno fertile, con piantagioni di caffè. Gli Ari posseggono un gran numero di bestiame e producono grandi quantità di miele che spesso vendono al mercato.

Alcuni clan degli Ari sostengono di discendere dai Karo e dai Banna. Altri dai Gofa e Dime. Altri ancora credono di aver avuto origine da terra, sole e acqua.

Le donne danno alla luce i loro figli in una capanna costruita appositamente per questo scopo e non possono mangiare o bere con i loro mariti. Si pensa che la donna possa profanare il marito e la cultura perché ha le mestruazioni. Le donne Ari indossano gonne fatte di foglie di ensete, albero simile al banano. Sono famose per la realizzazione di oggetti in ceramica che poi vendono per sostenere la famiglia.

 

La tribù dei Mursi - Bami Village, Mago National Park

I Mursi vivono in un vasto territorio indipendente che si estende da nord a sud nella zona inferiore della valle dell’Omo vicino al Sudan. Questo territorio è uno dei più isolati dell’Etiopia.

I Mursi sono famosi per le loro tradizioni tra cui i feroci combattimenti tra gli uomini con bastoni, e per l’inserimento di piattelli di argilla nel labbro inferiore e nei lobi delle donne.

Per recarsi nei loro villaggi occorre essere accompagnati da ranger armati. Questa è un’etnia di valorosi e feroci guerrieri e la scorta armata è obbligatoria.

In questi villaggi è preferibile entrare solo di mattinata. E’ una precauzione che ha una sua logica: gli uomini di questa etnia, purtroppo, sin dal mattino bevono una birra “artigianale” derivata dalla fermentazione del sorgo (un cereale che si coltiva in tutta l’Etiopia) e sniffano polvere di peperoncino dalle cartucce usate dei loro fucili.

Questa mistura esplosiva fa sì che, molto di frequente, diventano aggressivi e litigiosi, quindi pericolosi. Considerando che ognuno di loro possiede un’arma automatica ed un numero considerevole di proiettili, non c’è proprio da scherzare. I Mursi acquistano i Kalashnikov si acquistano senza problemi nei vicini mercati per una cifra vicina ai 40 euro o li barattano con una mucca dopo lunghe trattative. Questi fucili sono stati introdotti in Etiopia da commercianti senza scrupoli del vicino Sudan.

Per i Mursi il combattimento e la lotta costituiscono la forma più alta di prestigio e di rispetto: la forza, nella sua dimensione più violenta, è considerata l’espressione massima di valore e di potenza.

Il Thagine, ad esempio, è il combattimento con lunghi bastoni, chiamati “Donga”, la cui punta arrotondata ricorda il simbolo fallico. E’ una feroce arte marziale dove l’unico limite da non oltrepassare è quello della morte, per il resto qualsiasi colpo è ammesso ed il sangue, di conseguenza, scorre a fiumi. A volte alcune cicatrici sui corpi dei lottatori rimarranno per tutta la vita. Colui che vince viene portato in trionfo dai componenti del villaggio, sarà rispettato da tutti ed ammirato dalle donne.

Si stima che la popolazione dei Mursi ammonti a circa 10.000 individui, quasi tutti dediti alla pastorizia. Sono semi nomadi e si spostano, a seconda delle stagioni, tra la Pianura di Tama ed i monti Mursi, all’interno del Parco Nazionale del Mago. Coltivano sorgo, granoturco, fagioli e ceci. Si dedicano alla caccia con estrema abilità. Sono divisi in 18 clan e parlano una lingua cosiddetta Surmica.

Le loro donne sono famose per l’utilizzo del piatto labiale, che spesso inseriscono anche nel lobo delle orecchie anche se di dimensioni più contenute. Questi dischi di argilla chiamati “Debbi”, decorati con disegni geometrici e colorati con sostanze naturali, possono misurare anche 16 centimetri di diametro.

Le ragazze, sin da giovanissime, praticano un’incisione nel labbro inferiore, assistite dalle donne più anziane, dove inseriscono cilindri di legno di diverse dimensioni, dai più piccoli ai più grandi, per poi giungere a poter indossare il piatto di terracotta.

Le donne, a causa della scomodità, inseriscono i piattelli solo quando sono in presenza degli uomini o in particolari ricorrenze. Di solito lasciano pendere tranquillamente il labbro inciso,come se fosse la cosa più naturale del mondo.

L’asportazione degli incisivi è comune a tutte le donne Mursi (questa pratica è presente anche in altre etnie, in diversi paesi dell’Africa) ed è adottata, oltre che per facilitare l’introduzione del piatto, anche per consentire l’alimentazione forzata nei casi, spesso comuni, di complicazioni derivate dall’aver contratto il tetano.

Secondo alcuni antropologi sembra che questa consuetudine sia nata nel periodo della tratta degli schiavi, proprio per scoraggiare i crudeli mercanti dal rapire e deportare le donne che, in tal modo, ai loro occhi apparivano deformi e di conseguenza venivano scartate.

Altri credono che questo fosse un rimedio per impedire al male di penetrare nel corpo attraverso la bocca.

Altri ancora considerano il piatto labiale quale segno distintivo di ricchezza e prestigio per la donna che lo indossa: maggiore è il suo diametro, più numerosi saranno i capi di bestiame richiesti dalla famiglia per concederla in sposa al pretendente.

La teoria più credibile sembra considerare il piatto labiale un incontrovertibile simbolo di identità tribale, una sorta di “iniziazione” della donna Mursi che dalla pubertà passa alla fertilità ed alla maturità.

Oggi indossare il piatto è sinonimo di bellezza: più è grande, più la donna è affascinante e corteggiata.

Molte donne Mursi, come quasi tutte le donne appartenenti alle diverse tribù della Bassa Valle dell’Omo, ed anche gli uomini, praticano la scarificazione del corpo, chiamata “Icioà”, per apparire più attraenti. Consiste nel taglio sottopelle ed è una pratica dolorosa e non priva di rischi, viste le condizioni igieniche non certo ideali.

Si disegnano prima sul corpo, con un legnetto intriso di gesso ed acqua, i punti dove effettuare i tagli con la lametta, poi si alza la pelle nel punto contrassegnato con un rametto spinoso e si incide. Infine si cosparge la ferita con cenere ed acqua o polveri derivate dalla macinazione di radici particolari chiamate “Urasa”.

Le cicatrici che si formeranno quando il taglio si sarà rimarginato, daranno vita ad un tatuaggio a rilievo di particolare effetto.

Spesso, per contenere il sangue che sgorga copioso dalle ferite, si cinge di foglie il punto dove si effettuano le incisioni.

Sempre le donne di questa etnia amano adornarsi il capo ed il viso con acconciature stravaganti: zanne di facocero o di altri animali uccisi, gusci di lumache, zucche, piume, bacche colorate, conchiglie di fiume, monili di metallo intrecciati con pelli di animali. Hanno il seno scoperto e indossano gonne di pelle ornate di cipree (conchiglie che, sino a pochi decenni fa, erano considerate moneta di scambio) o perline colorate.

Sia gli uomini che le donne si cospargono il corpo di cenere nel tentativo di proteggersi dalle punture delle zanzare, molto fastidiose in questo territorio.

I giovani guerrieri Mursi, dopo aver superato le prove di iniziazione, si fanno scarificare sull’avambraccio il caratteristico tatuaggio a forma di rondine.

Spesso anche gli uomini si adornano il capo con grandi orecchini di metallo e zanne di animali, oltre che con piume.

 

Turmi - Hotel

Giorno 7

Itinerario

Jinka > Turmi - 122 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù dei Benna

I Benna sono un popolo che vive di pastorizia nella regione semi-arida del sud-ovest dell’Etiopia, nella zona meridionale della regione dell’Omo.

Sia culturalmente che linguisticamente, i Benna hanno molti aspetti in comune con i loro vicini, gli Hamer. La loro cultura è fondata sull’importanza del bestiame. Durante la stagione secca, gli uomini camminano con le proprie mandrie per molti chilometri in cerca di acqua, erba e miele selvatico. Coltivano sorgo e mais.

Per i Benna è importante non dimenticare un’offesa ricevuta. Per questo motivo non sono rari gli episodi di furto di bestiame o uccisione dei vicini nemici. Gli uomini sono solitamente armati di pugnale, oppure portano a tracolla il Kalashnikov e per questo molte tribù vicine li temono. Sono coperti da un gonnellino di tessuto, stretto in vita dall’immancabile cartucciera, dove conservano il tabacco e la pipa.

Il Re dei Benna è una figura autorevole e rispettata, a lui tutti si affidano per la gestione della tribù.

Gli anziani che seguono il Re svolgono la funzione di capi nelle rispettive zone della tribù. Si occupano dei problemi quotidiani, mentre le questioni più importanti vengono sottoposte al Re. Il Re collabora con il governo etiope per assicurare alla sua tribù autonomia e indipendenza.

I Benna beneficiano del programma di immunizzazione per bambini, che diminuisce il tasso di mortalità causato da tetano, morbillo e altre malattie. A differenza di molte tribù vicine, i Benna non praticano la mutilazione genitale femminile.

Come gli Hamer, anche i Benna praticano la cerimonia del salto del toro. Durante la cerimonia, le donne, che fanno parte della famiglia del ragazzo che salta i tori, mostrano la loro forza chiedendo agli uomini di frustarle. Per dimostrare forza, non devono far vedere che stanno soffrendo. Alcune donne combattono tra di loro per essere le prime ad essere frustate.

Le donne indossano, oltre ad un succinto abito in pelle guarnito con diverse file di perline colorate, che le copre sino alle ginocchia lasciando scoperta la schiena, un gran numero di collane e di bracciali di metallo che sfoggiano con orgoglio su braccia e gambe. Alcune di esse si riparano dal sole cocente mettendo sul capo una zucca svuotata e tagliata a metà. Hanno spesso con loro, posta sulla schiena, una zucca piena del loro prezioso burro.

 

Hamer Tribe

Gli Hamer vivono nel sud-est dell’Etiopia in un’area che si estende lungo le pianure del basso Omo fino al lago Chew Bahir (Lago Stefania).

Gli Hamer sono principalmente pastori, quindi la loro cultura dà grande importanza al bestiame. Coltivano sorgo, miglio, e piccole quantità di cotone e tabacco. Hanno inoltre alveari per raccogliere miele selvatico.

Le loro capanne sono fatte di fango e paglia, vi si entra da una piccola feritoia rialzata per evitare l’ingresso agli animali sgraditi. Non vi sono finestre e accendono il fuoco per cucinare al centro della capanna.

Sul soffitto di paglia vi è un ripiano di legno sul quale vengono conservati il sorgo e gli altri cereali che coltivano e che sono alla base della loro dieta. Si siedono attorno al fuoco su una pelle di bue stesa a terra e bevono dentro ciotole ricavate da zucche tagliate a metà.

Se gli uomini hanno ucciso recentemente un nemico o un animale pericoloso, possono farsi chignon di argilla che a volte sostengono magnifiche piume di struzzo. Gli chignon, con l’aiuto di specifici poggiatesta chiamati “Borkota”, per dormire, durano dai 3 ai 6 mesi e possono essere rifatti fino ad un anno.

Gli Hamer sono considerati maestri nelle decorazioni corporee. Ogni ornamento ha un importante significato simbolico.

Sono conosciuti soprattutto per le loro caratteristiche pettinature e le decorazioni corporee. Le donne si sistemano l’acconciatura dei capelli intrecciando sottili treccine, chiamate “Goscha”, che spalmano con burro, resina, polvere di ferro e argilla rossa. Spesso, soprattutto le più anziane, ornano i capelli con piume di uccelli rapaci, chiamati “Sillè” o con fiori dai colori accesi chiamati “Puma”. Queste trecce sono simbolo di benessere e salute.

Molti, sia uomini che donne, non hanno gli incisivi inferiori: intorno ai 15 anni la “Cagica Bulé”, una specie di dentista del villaggio, pratica l’estrazione oltre che per fini estetici, anche per evitare le complicanze del tetano.

L’abbigliamento delle donne è composto da tre diversi indumenti di pelle: il “Kasci” (la parte anteriore sfilabile dal collo che lascia scoperta la schiena), il “Schikiniè” (la parte frontale della gonna) e il “Pallanti” (la parte posteriore della gonna). Sono tutti impreziositi da piccole conchiglie cipree, chiamate “Chibò”.

Le donne sposate indossano collane di perle o di metallo chiamate “Ensente” e grossi bracciali di ottone o nichel chiamati “Gau”. Le donne giovani e nubili indossano conchiglie cipree e un disco di metallo nei capelli che ricorda un po’ il becco di un ornitorinco.

Gli uomini indossano un gonnellino colorato fatto di tessuto che si stringono in vita mediante il “Kalascì” (la cartucciera), a volte sormontato da una casacca. Tutti fanno bella mostra di numerosi bracciali ed orecchini, oltre a scarificazioni sul corpo denominate “Sada Pala”, che possono consistere in semplici segni decorativi o simboli distintivi del loro valore e coraggio.

Le cicatrici, per gli Hamer (come per gran parte delle popolazioni della Bassa Valle dell’Omo), sono motivo di orgoglio e testimoniano fedeltà, forza, coraggio e valore. Spesso sono i segni di un’avvenuta iniziazione.

Le scarificazioni presenti sul ventre e sulle braccia delle donne prendono il nome di “Pala” e sono semplici decorazioni a fini estetici. Le cicatrici che invece hanno sulla schiena, e di cui vanno molto fiere, si chiamano “Madà”: sono i segni tangibili della devozione e dell’affetto verso il ragazzo che dovrà passare dall’adolescenza all’età adulta, attraverso il superamento della prova “Uklì Bulà”, il salto dei tori.

 

Il salto dei tori

In uno spiazzo libero dai recinti degli animali e dalle capanne, alcune donne iniziano a muoversi in circolo, una dietro l’altra, suonando con un flauto e alcune trombette di metallo. Alle gambe portano dei campanelli di metallo chiamati “Warawara”, che si stringono ai polpacci con alcune cinghiette di pelle di capra, e che emettono piacevoli suoni ad ogni passo. In tal modo richiamano l’attenzione di tutti i componenti del villaggio ed anche dei villaggi circostanti, per gli imminenti festeggiamenti.

Nei giorni precedenti alla cerimonia, il giovane Hamer che dovrà fare il “Saltare i tori”, invierà a tutti coloro che parteciperanno alla festa, un filo d’erba secca annodato con un numero di nodi corrispondenti ai giorni che mancano alla prova. Ogni invitato scioglierà via via i nodi sino al giorno della celebrazione.

All’interno di un recinto un uomo anziano, insieme ad un bambino completamente nudo, munge con sapienza le vacche riempiendo le zucche che sono state donate al ragazzo che affronterà la prova del salto dei tori.

Le donne tostano i chicchi di caffè su un’anfora rotta posta sul fuoco, mentre dentro un enorme fusto di metallo sta bollendo l’acqua, a cui aggiungono la farina di sorgo ed altri cereali (grano, orzo, frumento e luppolo) per realizzare il “Bordé”, una birra artigianale che bevono soprattutto durante i festeggiamenti.

Le danze delle donne continuano sino al momento del pranzo: sotto un grande albero si siedono in circolo passandosi a turno la zucca colma del “Bordè” e mangiando con le mani da una ciotola comune il “Ghenfò”, farina di sorgo impastata con il burro e scottata appena sul fuoco.

Dopo questo frugale pasto gli uomini si allontanano per disporsi in uno spiazzo dove, seduti sui loro sgabelli in legno chiamati “Borkota”, si disegnano il corpo con argilla bianca, sistemandosi piume di struzzo nei capelli unti in precedenza con burro ed argilla.

Intanto il ragazzo che deve fare il “Salto del Toro”, accovacciato a terra insieme al suo migliore amico, avvolge una zucca, contenente l’acqua sacra, con fettucce vegetali. Posta la zucca sulle spalla si dirige, circondato dai Maz (i giovani che saranno i suoi padrini nella cerimonia, avendo già superato la prova, e divenuti pertanto uomini a tutti gli effetti) e seguito da tutti gli altri componenti del villaggio, verso il luogo sacro, vicino alle sponde in secca del fiume Keské. Qui avrà inizio la vera e propria cerimonia che si aprirà con il rito della fustigazione, invocata a gran voce dalle parenti del ragazzo.

I Maz si distribuiscono alcune fascine, tagliate da un albero particolare che non dovrebbe causare infezioni alle ferite, preparandosi tra suoni di trombe, danze, polvere e sudore. Si avverte, palpabile, un fermento e un’eccitazione nell’aria, mentre i Maz si dispongono ad una certa distanza l’uno dall’altro.

Le donne vicine alla famiglia del candidato si fanno spalmare dalle più anziane del burro sulla schiena, sulle spalle e sulle braccia: servirà ad attutire i colpi delle verghe sulla loro pelle.

Tra un frastuono di suoni, voci, battiti di mani, incitamenti ed un sole rovente, le donne (ma alcune sono solo bambine) chiedono con insistenza di essere frustate, mentre ballano e saltano di fronte ai Maz, tenendo alzato il braccio destro. Se loro non sono disposti a farlo, li strattonano, li inseguono, li scherniscono per convincerli a frustarle.

La schiena, le spalle, le braccia e talvolta anche il seno, mostrano profonde ferite sanguinanti che si trasformeranno in cicatrici perenni: saranno considerate un segno di devozione e di attaccamento al loro parente, il “Naala”, cioè il giovane che, superata la prova, diventerà “Daala”, adulto, e potrà fidanzarsi e sposarsi. Inoltre, con queste cicatrici, le donne vanteranno un “credito” nei confronti del futuro Maz: lui dovrà badare alle loro necessità in caso di difficoltà, dovrà difenderle in caso di pericolo, dovrà proteggerle, sempre.

Terminate le fustigazioni, ripetute più e più volte, le donne tornano a danzare e girare in tondo tra i suoni acuti delle trombette ed il tintinnio dei campanelli.

Gli uomini si appartano, sedendosi sotto alcuni alberi, per praticare il rito propiziatorio: il ragazzo che deve fare il salto passa loro il “Ukli boku”, un piccolo bastone di legno intagliato con la punta arrotondata, un chiaro simbolo fallico, che i Maz stringono tra un fascio di rami, mentre gli anziani vi poggiano sopra quattro bracciali di metallo. Dietro ordine degli stessi anziani, i Maz sollevano di scatto verso l’alto i rami lasciando cadere in terra i bracciali. Questo gesto viene ripetuto per quattro volte, in corrispondenza dei quattro punti cardinali, in modo che la buona fortuna segua il “Naala” ovunque.

Poi tutti si spostano nel luogo sacro, soprannominato “Ukli Pola”, prescelto dagli avi centinaia o addirittura migliaia di anni fa: una radura dove una mandria di buoi viene tenuta sotto controllo dai Maz.

Le donne riprendono le loro danze e i loro camminamenti in tondo stavolta intorno alla mandria, con il chiaro intento di stancare e disorientare gli animali.

Nugoli di polvere si addensano nell’aria mentre il sole brucia come non mai. Sui corpi sudati delle Hamer colano burro ed argilla, donando alla pelle un effetto oleoso molto particolare.

Alcuni ”padrini” scelgono tra i buoi, separandoli dalla mandria, quelli più adatti alla cerimonia e li immobilizzano, prendendoli dalle corna e dalla coda. I prescelti, in numero di sette, vengono messi in fila uno accanto all’altro e, anche se a fatica, i padrini cercano di tenerli fermi ed allineati.

Le donne aumentano il ritmo delle danze e dei salti, accompagnate dai suoni di tromba sempre più acuti.

Il ragazzo che deve saltare i tori viene “benedetto” da un anziano che, con una ciotola piena di latte cagliato, bagna le sue mani e quelle dei Maz.

Il “Naala”, il giovane, completamente nudo e con una sottile corda vegetale incrociata attorno al petto, simbolo dell’infanzia che sta abbandonando, è pronto per cimentarsi nella prova.

I Maz danno il segnale per far partire il ragazzo che, dopo una breve rincorsa, salta sul primo bue e, in equilibrio precario, balza sul dorso degli altri animali, sostenuto e sorretto dai padrini che lo incitano, sino a completare la prova, che ripeterà per quattro volte consecutive.

Al termine della cerimonia, tra la gioia degli amici e dei parenti, tutti i partecipanti escono dallo spiazzo per rientrare al villaggio. Qui i festeggiamenti continueranno per due giorni e due notti.

Calata la notte, alla luce fioca di qualche falò, i giovani Hamer, tra cui il ragazzo che ha saltato i tori, partecipano alla danza “Evangadi”, la danza dell’amore, un rito di corteggiamento dove le ragazze, abbracciate tra loro e allineate, si pongono di fronte ai ragazzi, che sono anch’essi allineati su un’altra fila. I giovani maschi, spiccando salti e avvicinandosi da un lato e dall’altro alle ragazze, battono i piedi a tempo di musica. Le giovani donne seguono ritmicamente i loro movimenti, spostandosi a destra ed a sinistra, ondeggiando con il corpo e con il capo. Ad un certo punto uno dei ragazzi si stacca dalla fila ed inizia a volteggiare al centro, avvicinandosi sorridente ad una ragazza, per poi tornare al suo posto. Ora è il turno della ragazza prescelta, che lascia la fila per avvicinarsi anche lei al ragazzo.

La festa continuerà per tutta la notte e per un altro giorno e per un’altra notte ancora.

Il ragazzo che ha fatto il “Salto dei tori” ha a disposizione trenta giorni per trovare moglie: girerà nel suo villaggio e nei villaggi vicini indossando, di lato al gonnellino, il simbolo fallico di legno chiamato “Ukli boku”, segno distintivo di colui che ha superato la prova dell’“Uklì Bulà”, il salto dei tori, mostrando a tutti il suo nuovo status di “Daala”, cioè di adulto.

I ragazzi che superano la prova dovranno seguire una dieta rigorosa: solo carne, latte, miele e sangue, sino a quando non prenderanno moglie. Fino ad allora sarà loro vietato bere birra o altre sostanze alcoliche e mangiare il sorgo. Quando il ragazzo che salta i tori sarà “Daala”, cioè fidanzato, suo padre dovrà pagare la famiglia della ragazza con 30 buoi, 30 capre ed un kalashnikov, perchè ella possa andare in sposa al figlio.

Per gli Hamer queste usanze sono passaggi fondamentali nella loro stessa vita perchè garantiscono l’equilibrio sociale dell’intera comunità. Questi riti donano, al soggetto che vi si sottopone, una

nuova identità sociale e personale. Significa per loro scalare la struttura sociale del villaggio, in modo da appropriarsi di un prestigio che prima non possedevano.

 

Turmi - Hotel

Giorno 8

Itinerario

Turmi

Spostamento in fuoristrada 4x4 + barca

 

Come giorno 7

 

Daasanach tribe - tenda

Giorno 9

Itinerario

Daasanach tribe - tenda

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù dei Daasanach

I Daasanach, chiamati anche Merille, specialmente dai loro vicini del Kenia, i Turkana, sono l’etnia che vive più a sud dell’Etiopia.

I Daasanach sono tradizionalmente dediti alla pastorizia, ma negli ultimi anni sono diventati principalmente agro-pastorali. Avendo perso la maggior parte delle loro terre negli ultimi cinquant’anni, specialmente dopo essere stati esclusi dalle loro terre tradizionali keniane, i Daasanach hanno subito una diminuzione massiccia di capre e pecore. Di conseguenza molti di loro si sono spostati in zone più vicine al fiume Omo, dove coltivano sufficiente terra per sopravvivere.

Coltivano sorgo, granturco, zucche e piselli, quando l’Omo riceve le piene. Altrimenti sfruttano capre e mucche per ottenere latte, animali che vengono poi macellati durante la stagione secca per la carne e per le pelli, oltre che per la dote da pagare alla famiglia della sposa.

Il sorgo viene cotto nell’acqua fino a diventare un porridge da mangiare con lo stufato, oppure viene fatto fermentare per ricavare birra. Il granturco di solito viene arrostito.

I Daasanach vivono in capanne a forma di basse cupole, costruite con fronde, lamiere e pelli. Al centro c’è il focolare e il pavimento è coperto da stuoie su cui dormire. La prima parte ad essere costruita è una sorta di magazzino dove vengono tenuti tabacco, caffè e altro; attorno ad essso si erige l’abitazione.

Sono capanne ben ventilate, visto che d’estate la temperatura supera spesso i 35°. Hanno un’entrata bassa e piuttosto scomoda, in modo che un nemico difficilmente possa entrarvi senza essere sentito. Le donne di solito dormono sul lato destro della capanna.

Come molti popoli dediti alla pastorizia in questa regione del continente africano, i Daasanach sono una società altamente egalitaria, con un sistema sociale di classi e discendenze che instaurano forti legami reciproci.

Il Daasanach è una lingua cuscitica, notevole per il suo gran numero di classi di sostantivi, verbi irregolari e di consonanti implosive (come la D di Daasanach, a volte scritta ‘D).

Non è obbligatorio essere di sangue Daasanach per essere considerati uno di loro, basta essere circoncisi per essere accettati nei loro villaggi. Grazie a ciò molti non Daasanach si sono uniti a loro.

Sono divisi in otto clan, i più importanti dei quali sono i Galbur, i Turat e i Turnyerim.

I Dies, la classe più bassa dei Daasanach, sono persone che hanno perso tutto il loro bestiame e quindi lo stile di vita tradizionale. Vivono sulle rive del lago Turkana cacciando i coccodrilli, a volte anche ippopotami, e pescando.

Benché il loro status sia considerato inferiore a causa della mancanza di bestiame, i Dies sono considerati facenti parte dello stesso popolo e aiutano gli allevatori barattando i propri prodotti con la carne.

Possono riguadagnare il loro status di Daasanach nel caso in cui riescano a tornare in possesso di bestiame, pertanto la loro non è una condizione permanente e immodificabile.

Hanno il vantaggio che le loro prede preferite, i coccodrilli, non risentono delle siccità che possono invece infierire sul bestiame. Questi animali vengono cacciati di notte su piroghe con l’ausilio di torce elettriche. Una volta colpito dall’arpione, il coccodrillo viene finito a colpi di lancia e, ormai innocuo, trasportato via sulla piroga.

Le donne subiscono l’escissione verso i 10/12 anni e quelle che non l’hanno effettuata vengono considerate alla stregua di animali o maschi, non possono sposarsi o indossare abiti e i genitori non possono chiedere la dote per la loro mano: l’idea di fondo è che finché non viene asportato il clitoride non sono delle donne.

L’escissione, di norma, viene praticata da un’anziana ad un gruppo di ragazze coetanee, di norma è assistita dalle parenti delle iniziande.

Durante questo rito le caviglie delle ragazze vengono legate con dei lacci e tra le loro gambe vengono messe delle pelli per evitare movimenti bruschi e alleviare il dolore.

Quando il rituale è completato, alle ragazze viene dato da bere del latte fermentato e ricevono una collana dalla madre. Da quel momento in poi possono indossare una gonna di pelle pieghettata, collane e braccialetti, che stanno ad indicare il loro stato di adulte.

I ragazzi e le ragazze devono passare attraverso la cerimonia della circoncisione, anche se oggi le donne Daasanach si oppongono alla mutilazione sessuale delle bambine. Intorno a questa pratica si sviluppa una delle cerimonie più importanti della vita sociale degli uomini sposati.

La cerimonia è chiamata "Dimi", può durare fino a sei settimane e si tiene ogni anno.

I padri le cui figlie hanno l'età tra gli otto e i dieci anni, dopo la cerimonia cambieranno il loro status sociale, entrando a far parte dei responsabili della comunità. Ogni padre di solito fornisce un gran numero di bestiame da macellare che viene distribuito a tutta la comunità.

Le ragazze si sposano verso i 17 anni mentre i ragazzi verso i 20 anni.

Una delle caratteristiche più distintive della cultura dei Daasanach sono i canti e balli.

Questa tribù è nota anche per le spettacolari acconciature, realizzate grazie al riciclo e al riuso di diversi materiali, in modo creativo, come i tappi di bottiglie.

 

Nyangatom tribe - tenda

Giorno 10

Itinerario

Lake Turkana > Cross Omo River > Nyangatom tribe - 150 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La tribù dei Nyangatom

I Nyangatom sono un gruppo etnico pastorale bellicoso del sud ovest dell’Etiopia e del sud-est del Sudan, che vive con le sue mandrie in un’area particolarmente inospitale del controverso Ilemi Triangle, una vasta area geografica di circa 14.000 chilometri quadrati situata al confine tra Etiopia, Kenya e Sudan del Sud e contesa tra di loro.

I Nyangatom, temuti guerrieri e sempre coinvolti in scontri con le vicine etnie dell’Etiopia Sud Occidentale e Sudan Meridionale, sono “imparentati” con i Toposa, perché sono giunti assieme in queste terre circa 150 anni fa dal nord dell’Uganda. I Toposa sono gli unici vicini coi quali sono in buoni rapporti.

Parlano una lingua nilotica orientale, strettamente correlata con quella dei Karamojong e dei Teso dell’Uganda.

Tutte le tribù loro vicine sono nemiche. Fra queste si distinguono i Suri e i Turkana, che li chiamano col nome spregiativo di “Bume”, cioé puzzolenti. Lo stesso nome della tribù Nyangatom deriva da un insulto (nyam-etom = mangiatori di elefanti) anche se è poi stato trasformato in quello attuale che significa “Fucili gialli”.

I Nyangatom abitano delle aride lande che ricevono poche precipitazioni e affidano il loro sostentamento principalmente alle loro mandrie di zebù, ma coltivano anche mais, sorgo, soia e tabacco. Hanno difficoltà ad accedere alla scarsa acqua della zona e ai migliori pascoli, cosa resa più complicata da cicliche inondazioni.

Gli uomini allevano bestiame e per proteggersi dai raid dei nemici pascolano armati, spesso di un kalashnikov. Mentre sono al seguito della mandria, lontani dal loro villaggio, si nutrono del latte e del sangue degli animali, quest’ultimo ottenuto colpendo con una freccia la vena giugulare dell’animale che poi si cicatrizza senza danni per la bestia.

I Nyangatom che abitano vicino al fiume, di solito non allevano bestiame poiché la zona è infestata dalla mosca Tsè-Tsè. Se in qualche modo ne vengono in possesso lo danno a parenti che vivono lontani dal fiume e che si spostano in cerca di pascoli tra il fiume Kibish e il confine col Sudan. Loro preferiscono dedicarsi alla pesca e alla coltivazione del sorgo.

Le capanne dei Nyangatom dediti all’allevamento, sono fatte con ramoscelli intrecciati e non con fango essiccato, e sono riunite in accampamenti temporanei che posso essere velocemente smontati e spostati in caso di necessità.

Gli uomini passano la maggior parte del tempo lontani dal villaggio, occupandosi del bestiame e difendendolo dai raid dei nemici.

I Nyangatom sono divisi in circa 20 clan che possono variare di numero, da poche persone a diverse centinaia. Seguono una suddivisione territoriale e hanno una discendenza patrilineare. Ogni clan è diviso per classi di età, ognuna con un preciso nome. Ogni classe è divisa per sesso e ognuna ha i propri canti e le proprie storie.

Come parte della loro iniziazione, i giovani devono dimostrare di saper assistere gli anziani.

In una cerimonia alla quale assiste l’intero villaggio, un giovane deve cercare di uccidere un toro con una lancia.

Un singolo colpo nel fianco destro perfora il fegato e causa una forte emorragia che uccide il toro velocemente, senza sprecare molto del prezioso sangue. Se riesce a farlo dimostra la sua bravura.

Una volta iniziati i giovani diventano braccia guerriere a disposizione del villaggio: dovranno difendere la gente e gli animali, portare al pascolo questi ultimi e rischiare la propria vita per proteggerli dai raid nemici.

Circa ogni 50 anni i padri cedono la sovranità alla generazione successiva, cosa che in passato comportava dei sacrifici umani.

Il medium che si occupava di questo rito di passaggio chiamato “Asapan”, anche lui un padre che passava il potere, si riteneva che con questo atto perdesse anche la sua mente e veniva mandato a morire nella savana, cosa resa illegale dal governo di Mengistu.

Vista la situazione di perenne conflitto in cui i Nyangatom vivono, molta importanza assumono gli aspetti bellici. Dopo l’uccisione di un nemico i guerrieri vengono benedetti e cambiano nome, ma devono anche scarificarsi ripetutamente sul petto e sulle spalle per evitare che il “sangue cattivo” che li ha spinti ad uccidere resti nel loro corpo, avvelenandoli. In seguito il clan cui appartengono dona loro una lancia e altre armi, un poggiatesta che funge anche da sgabello e un paio di sandali, avendo acquisito lo status di adulto.

Combattono per il diritto all’accesso all’acqua dei pozzi visto che molti di loro non hanno accesso ai fiumi.

Data la grande amicizia con i Toposa, non è difficile trovare dei Nyangatom che vivono nei loro villaggi. Quando viene ucciso un animale per cibarsi, la carne viene divisa tra di loro.

I Nyangatom si scontrano con i Turkana quando si muovono nel Triangolo di Ilemi, coi Suri e i Baale quando si muovono verso nord, e sull’altro lato del fiume Omo coi Mursi, i Daasanach, i Karo e gli Hamer.

Nonostante le inimicizie tradizionali, sono possibili amicizie personali con appartenenti a queste etnie rivali.

La guerra del Sudan ha portato a queste latitudini molte armi automatiche e i Nyangatom sono stati tra i più veloci ed assidui a dotarsene: ancora oggi sparano a vista ai Suri. La norma prevede che in caso di attacco della propria mandria un Nyangatom si difenda fino alla morte. In caso di sterminio non tarderà molto ad essere organizzata una faida.

Lo status dei Nyangatom viene stabilito in base al numero di bestie (vacche, capre, pecore, asini e cammelli) che posseggono, ma anche in base al numero di figli.

Sono famosi per le storie che si tramandano e per i canti, spesso dedicati ai loro animali preferiti tra il bestiame, che intonano durante le cerimonie, o per gli scontri con i popoli vicini. Le canzoni dedicate al bestiame vengono spesso cantate dai bambini, diffondendosi in tutta la regione.

I Nyangatom non sono vasai e, tra i bottini delle loro razzie ai Mursi e ai Karo, si trovano anche questi oggetti di cui necessitano.

I Nyangatom rischiano di essere dislocati e di veder negato l’accesso ai pascoli e alla terra coltivabile, dalla African Parks Foundation dei Paesi Bassi (Fondazione dei Parchi Africani), conosciuta anche come African Parks Conservation.

I funzionari del parco hanno obbligato i Nyangatom a firmare documenti che non potevano leggere in quanto analfabeti, documenti che dichiaravano che i Nyangatom acconsentivano a cedere la propria terra senza essere ricompensati.

I documenti servono per legalizzare i confini del Parco Nazionale dell’Omo, di cui l’African Parks ha preso il controllo. Questo iter, quando finirà, renderà i Nyangatom “occupanti abusivi” della propria terra. Un simile destino ha colpito anche altre tribù che vivono nel parco: Mursi, Dizi e Surma.

 

Suri Tribe - tenda

Giorno 11

Itinerario

Nyangatom Tribe > Suri Tribe - 200 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

Suri Tribe

Tra le “Montagne della Luna”, nel sud dell’Etiopia, appartata sulle alture a ovest del corso inferiore del fiume Omo, vive la tribù dei Suri, chiamata anche Surma, una delle etnie meno conosciute e tra le più interessanti dell’intera Africa.

I Suri hanno conservato sino ad oggi intatti, in maniera straordinaria, le proprie tradizioni e il proprio stile di vita. Questo grazie al totale isolamento geografico in cui hanno sempre vissuto (sino a pochi anni fa non vi erano neppure piste sterrate sicure) ed all’ostilità con le tribù limitrofe.

Giunti in Etiopia dalle pianure sudanesi, i Suri, pastori, agricoltori e spesso temuti razziatori di bestiame, si sono insediati su queste alture, lontano da strade o piste segnate sulle mappe. I loro villaggi sono per la maggior parte raggiungibili solamente a piedi.

La necessità di sopravvivere in un territorio così aspro, dove la ricerca di pascoli per il bestiame è essenziale per la vita stessa dell’intera comunità, ha comportato che queste piccole tribù siano rimaste intimamente legate alla propria identità di clan, impedendo fusioni culturali con le vicine etnie dei Nyangatom (o Bume), e dei Mursi, quest’ultimi stanziati nella Bassa Valle dell’Omo.

Alti e snelli, con caratteri tipici dei popoli nilotici, i Suri presentano molte affinità con i Nuba del vicino Sudan.

Insieme ai Mursi, fanno parte dello sparuto gruppo di etnie in cui le donne sposate portano, inserito nel labbro inferiore o superiore, precedentemente forato, il piattello labiale di terracotta, spesso di dimensioni impressionanti, tondo presso i Mursi, trapezoidale o tondo presso i Suri.

Gli uomini sono completamente nudi, o portano una coperta, o un tessuto colorato annodato su una spalla a mò di tunica.

Sino a qualche anno fa i Suri, come i Mursi, non indossavano alcun vestito: il governo etiope ha imposto loro di coprire il corpo nudo e, anche se a malincuore, hanno acconsentito, vestendosi con stoffe o coperte nei colori viola o rosso che lasciano scoperta una parte del torace.

Amano dipingersi il corpo con maestria e raffinatezza invidiabili, utilizzando l’argilla che si spalmano reciprocamente sui corpi, realizzando disegni geometrici. Per loro questa è una vera e propria arte.

 

Il pasto del sangue

Il pasto del sangue è un rito tradizionale che i Suri praticano giornalmente: mentre alcuni giovani immobilizzano un bue od una mucca, un ragazzo stringe un cordone intorno al collo dell’animale in modo da mettere in evidenza le vene, ed un altro, armato di arco e freccia, presa la mira, scaglia con precisione il dardo praticando un piccolo foro nella giugulare.

Una volta estratta la freccia il sangue, che esce a zampilli, verrà immediatamente raccolto in una zucca svuotata.

Viene prelevato solo quello necessario a nutrire i presenti, per non indebolire inutilmente l’animale, e non ne viene sprecata neppure una goccia.

Con un impasto di sterco e fango viene poi tamponata la ferita dell’animale che poi viene liberato.

I ragazzi si accovacciano in cerchio e si passano la ciotola, dopo averne bevuto a turno il contenuto. Spesso sputano e arricciano il naso, probabilmente per il sapore aspro del sangue.

Oltre ad integrare la dieta quotidiana, si crede che il pasto del sangue renda più forti i giovani Suri.

Alla base di questo rito vi è un profondo rispetto nei confronti dell’animale, da parte dell’intera tribù, che lo considera un’importante fonte di ricchezza e pertanto non dovrà per alcuna ragione essere ucciso.

 

DONGA - Il combattimento rituale con i bastoni tra i giovani Suri

Il Donga, il combattimento con bastoni lunghi oltre due metri dalla punta arrotondata (un chiaro riferimento al simbolo fallico), il cui legno, molto resistente, è ricavato da un albero che si trova nella foresta di nome “Koso”, è tradizionalmente utilizzato dai Mursi e dai Suri quale competizione tra i giovani dei villaggi confinanti, che si sfidano in questa lotta senza esclusione di colpi. L’unico limite da rispettare è non uccidere l’avversario.

E’ un rito violento, in cui i colpi sferzati tra i contendenti sono drammaticamente reali e feroci.

Spesso il sangue scorre copioso e le cicatrici restano sul corpo dei lottatori a testimonianza del loro coraggio.

Da qualche anno il Governo Etiope, anche a seguito di alcuni casi di morti accidentali tra i combattenti del Donga, ha vietato questo tipo di lotta, ma questa tradizione antichissima è dura a morire e la polizia locale non sempre riesce a sorvegliare un territorio così vasto. Infatti questa lotta viene organizzata segretamente dai giovani, senza preavviso e con un numero contenuto di contendenti.

E’ un torneo in cui i duellanti mettono alla prova forza, abilità, destrezza, velocità, astuzia e coraggio.

Il luogo del combattimento viene scelto dagli anziani, solitamente è una radura dove, a poca distanza, scorre un ruscello.

I partecipanti spuntano dai sentieri circostanti in piccoli gruppi, tutti armati del loro bastone, si avvicinano rapidamente, intonano canti e mimano la lotta a passi di danza.

Giunti nello spiazzo, precedentemente consacrato dallo stregone del villaggio, posano in terra i bastoni, tolgono le coperte ed i teli con cui avevano ricoperto i loro corpi e, nudi, si dirigono, sempre cantando e danzando, nel vicino ruscello dove si lavano e si cospargono il corpo con l’argilla ed il fango, creando vicendevolmente disegni astratti sulla pelle.

Escono dall’acqua sempre cantando e danzando e tornano nella radura per prepararsi alla competizione.

L’anziano, il “Shimaghilè”, dà il via ai giochi battendo sul terreno tre volte alcuni ramoscelli tagliati da una pianta di nome “Fombo”.

Non vi sono regole precise, pertanto tutti colpi sono consentiti e vince chi riesce ad atterrare l’avversario. Il vincitore viene sfidato da chiunque non abbia ancora partecipato al torneo.

Il sangue esce copioso dalle ferite dei lottatori.

Il gioco viene interrotto dall’anziano, che batte tre volte in terra i ramoscelli di “Fombo”, quando un solo giovane, il più forte e valoroso, rimane sullo spiazzo.

Chi vince il combattimento sarà rispettato e temuto da tutti, sarà ammirato dalle giovani donne dei villaggi circostanti, sarà considerato il più potente e coraggioso, e salirà ai massimi livelli la scala di valori del clan di appartenenza.

 

Suri Tribe - tenda

Giorno 12

Itinerario

Suri Tribe

 

Come giorno 11

 

Bebeka - Hotel

Giorno 13

Itinerario

Suri Tribe > Bebeka (piantagione di caffè) - 200 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

La piantagione di caffe “Bebeka”

La piantagione di caffè “Bebeka” è stata fondata nell’agosto 2011 su un totale di 10.030 ettari di terra da un’iniziativa imprenditoriale congiunta tra il governo etiope e HORIZON PLANTATIONS PLC.

Il primo obiettivo dell’azienda è stato quello di introdurre tecnologie all’avanguardia per migliorare la piantagione sia dal punto di vista produttivo che di lavorazione.

La Bebeka produce, oltre al caffè, zenzero, pepe nero, e altre spezie. Inoltre produce miele biologico e altri prodotti agricoli.

La piantagione ha un ruolo essenziale nell’economia nazionale in quanto fornisce grandi opportunità di lavoro alla comunità locale. Al momento, la piantagione offre lavoro a più di 5.000 lavoratori che vivono nell’azienda insieme alle famiglie. La piantagione offre inoltre lavoro per mansioni di amministrazione e logistica, e adopera più di 5.000 operai stagionali nei momenti cruciali della raccolta, per un totale di 28.000 persone. La piantagione offre gratuitamente ai suoi dipendenti case, scuole (materna, elementari e scuole secondarie), acqua potabile, elettricità, servizio sanitario, attività ricreative, ecc.

La piantagione Bebeka è situata all’interno dell’ SNNPRS (Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud) nella zona amministrativa del Bench Maji, 595 chilometri a sud est di Addis Ababa e a 243 chilometri da Jimma. Ciò che rende Bebeka unica è la sua presenza nella regione che è riconosciuta come patria della pianta del caffé.

L’obbiettivo della Bebeka è diventare una delle principali aziende agricole nel mondo per la produzione, lavorazione ed esportazione del caffé, offrendo ai clienti prodotti di prima qualità.

La missione è creare un’azienda dallo sviluppo sostenibile per la produzione e lavorazione di caffé essiccato al sole, spezie pregiate e miele biologico, e fornire questi prodotti ai mercati locali e d’esportazione per aumentare le entrate e garantirne la redditività.

Bebeka Coffee è la prima piantagione di caffé moderna su un’estensione di terra di così vasta scala, in Etiopia e nel mondo. La piantagione è divisa in blocchi di 25 ettari, ognuno coltivato con una varietà specifica di caffé. La storia di ogni singolo appezzamento è ben documentata sin dal primo momento.

La piantagione comprende circa ventisei varietà di caffé ottenute dal Centro Nazionale di Ricerca del Caffé a Jimma, e tante varietà di spezie pregiate. L’azienda gestisce inoltre un programma di apicoltura con più di 300 alveari per la produzione di miele biologico, e una fabbrica di mattoni di alta qualità con una produzione annuale che supera i due milioni di mattoni.

 

Jimma - Hotel

Giorno 14

Itinerario

Bebeka (piantagione di caffè) > Jimma - 243 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

Come giorno 13

 

Addis Abeba - Hotel

Giorno 15

Itinerario

Jimma > Addis Abeba - 307 km

Spostamento in fuoristrada 4x4

 

On the road

Il viaggio per noi non è arrivare, ma fare di ogni luogo, e di ogni momento, la nostra destinazione. Tra una tappa e l’altra scopriremo realtà altrettanto interessanti di quelle nel programma. Lungi dall’essere tempi morti, i momenti “on the road” saranno ricchi di sorprese che vivremo al ritmo del gruppo, senza le limitazioni dei viaggi pre-confezionati. Chi viaggia con Reporter’s life non cerca di raggiungere una destinazione il più in fretta possibile, ma coglie ogni occasione d’incontro e di scambio. E quindi in questi tempi saremo liberi di fermarci, divagare, tornare indietro - lasciarci sedurre dai colori della terra e guidare dalle voci, dai profumi, dalle atmosfere. Per poi continuare il cammino, arricchiti da quello che abbiamo vissuto.

 

Giorno 16

Itinerario

Addis Ababa > Proprio aeroporto di arrivo

 

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